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DoNotPay: arriva il primo avvocato robot?

Dopo aver ormai quasi sostituito gli operai nelle catene di montaggio, i robot sostituiranno anche i professionisti? Sta davvero iniziando l’era nella quale ci rivolgeremo a sofisticate macchine in grado di difenderci nei processi, curarci dalle malattie o addirittura insegnarci a pensare? Queste domande, per alcuni inquietanti interrogativi, per altre semplici fantasie, sembrano diventare ogni giorno che passa sempre più attuali.

L’ultima notizia proveniente dagli Stati Uniti è che dopo una lunga fase di progettazione è pronto per debuttare DoNotPay, (letteralmente non pagare) il primo avvocato-robot al mondo. Anche se tecnicamente non si tratta di un vero e proprio robot ma di un chatbot, questo primo modello di professionista automatico ha subito scatenato un acceso dibattito tra favorevoli e contrari, o forse sarebbe meglio dire tra catastrofisti e entusiasti. A rendere ancora più infuocato il dibattito hanno contribuito le parole del suo ideatore Joshua Browder, da anni impegnato in comitati per la difesa dei diritti umani e dell’equo processo, per il quale la missione della sua creatura è quella di rendere sempre più accessibile la giustizia, di combattere contro la lobby degli avvocati, permettere anche a chi non è avvocato, o non ha i soldi per assumerne uno, di difendersi in un’aula di tribunale.

Ma come funziona DoNotPay? Come detto il robot è in realtà un’intelligenza artificiale in forma di chatbot che sfrutta la tecnologia Watson di IBM. Tramite una serie di domande rivolte all’utente, il programma effettua un’analisi preliminare ricercando nel suo enorme database, codici e casi simili.

Dopo aver esaminato il caso come un qualsiasi avvocato umano, se ritiene che ci siano i presupposti per impugnare un provvedimento, DoNotPay è in grado di generare una lettera di appello che si deve solo stampare, firmare e portare in un tribunale. In soli due anni di sperimentazione il robot avvocato è riuscito contestare con successo 375mila multe per divieto di parcheggio, per un equivalente di 10 milioni di dollari. Visti i brillanti risultato Browder è riuscito, grazie alla consulenza di veri avvocati e ingegneri, ad espandere il database in oltre mille campi giuridici e ora è pronto per sostituirsi a difendere gli utenti anche in casi più complessi.

Come prevedibile al di là del suo reale funzionamento DoNotPay ha stuzzicato la fantasia e l’immaginazione dei mass media. Addirittura è girata la voce, subito smentita dall’associazione dei legali americani, che alcuni grossi studi legali Usa fossero già pronti a licenziare i loro dipendenti per sostituirli con dei robot. Su molti giornali statunitensi, complice anche “poca simpatia” che la categoria degli avvocati riscuote nell’opinione pubblica, sono apparsi articoli sensazionalistici. Addirittura qualcuno si è spinto a proclamare l’imminente fine delle professioni legali.

Ma è davvero così? In un interessante articolo apparso sulla rivista Quartz, lo scrittore ed avvocato Ephrat Livni ha elencato i motivi per i quali non solo DoNotPlay non rappresenta un pericolo per gli avvocati, ma che al contrario può rappresentre un valido aiuto. Secondo la sua analisi, un chatbot, per quanto evoluto, non può essere certamente considerato un avvocato, in quanto si limita, per ammissione dei suo stesso creatore, ad offrire “consigli gratuiti”. Questa osservazione, che apparentemente sembra un’ovvietà, in realtà sottintende una questione molto più delicata soprattutto nel caso di errori. Se infatti un avvocato che sbaglia per dolo e negligenza può essere citato in giudizio dal proprio cliente cosa succede quando a sbagliare è un chatbot? Si può citare in giudizio un software? E se sì chi è il responsabile, il gestore che ha creato il prodotto o l’avvocato che ha inserito i dati? Il secondo aspetto sottolineato da Livni è che le competenze linguistiche delle macchine non sono abbastanza avanzate per gestire problemi umani sfumati e qualunque tecnologia “che non sia in grado di affrontare la sfumatura culturale o linguistica, non ha la capacità di padroneggiare l’abilità legale, che è ancora essenzialmente l’arte di discutere”. Un chatbot certamente non può gestire una legge complessa, né tener conto delle circostanze specifiche che circondano un caso, non può cambiare il suo comportamento in base al giudice, né convincere i giurati con la sua arte retorica.

Quel che a nostro avviso appare lo scenario più verosimile, è che, come accaduto per l’altrettanto eclatante licenziamento di 360.000 ore di avvocati da parte di JP Morgan nel 2016 a favore di un software, l’avvocato robotico non sarà altro che uno strumento in mano ad un numero più contenuto di avvocati umani. Possiamo vedere tale fenomeno alla stessa stregua di quando giornalisti e dirigenti iniziarono a fare a meno delle dattilografe e stenografe, perché avevano iniziato ad utilizzare i word processor ed i fogli di calcolo. Tale visione, infatti, fa rientrare l’opera di un chatbot legalmente sotto l’egida del singolo avvocato o studio legale che decide di avvalersene.

Non tutti però sono ottimisti come Livni. Infatti anche se è abbastanza evidente che in questo caso specifico le affermazioni di Borwden e di molti media sono delle esagerazioni (o forse un’astuta operazione marketing), molti osservatori sostengono che è soltanto il primo passo verso la robotizzazione anche delle professioni intellettuali. Allo stato attuale non abbiamo nessun elemento per prevedere come sarà domani. Forse i robot sostituiranno gli uomini, o forse renderanno il loro lavoro meno gravoso. Non ci resta che aspettare e continuare a porci le stesse domande che ci poniamo da secoli nei confronti dei progressi della scienza.

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