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Intelligenza artificiale: dall’antichità al XIX secolo

L’intelligenza artificiale è uno dei temi più dibattuti degli ultimi anni.

Nonostante attorno al tema ruoti una certa confusione, i progressi compiuti dall’informatica e dalle scienze ad essa correlate e alcune campagne marketing agguerrite fanno sì che l’AI sia al centro dell’attenzione generale.

Cos’è innanzitutto l’intelligenza artificiale?

Pur non essendovi ancora una definizione capace di mettere d’accordo gli studiosi che vi si dedicano, potremmo sommariamente definirla come l’abilità di un sistema di svolgere compiti e risolvere problemi tipici della mente umana. Focalizzandoci in particolare sul settore informatico, l’AI è la disciplina che realizza hardware e software capaci di agire autonomamente.
Sebbene il fermento attuale sia senza precedenti e dovuto alla maturità raggiunta nella capacità di analisi di dati e nel calcolo computazionale, l’interesse per l’intelligenza artificiale ha origini lontanissime.

Con un po’ di fantasia, si potrebbero associare al primordiale concetto di intelligenza artificiale già alcuni miti greci, come quello di Efesto e Pigmalione, che presentano una prima idea di robot intelligente (Talos, un gigantesco automa di bronzo invulnerabile) e esseri artificiali (come Galatea, statua cui Afrodite diede vita).
A Erone di Alessandria, matematico e ingegnere del I sec., dobbiamo l’invenzione della prima macchina in grado di mettere in scena uno spettacolo teatrale della durata di dieci minuti, completamente automatizzato. Era composta da macchine guidate da moderne ruote dentate, corde e nodi programmabili.

Con un importante salto temporale, è necessario citare Blaise Pascal e la prima macchina da calcolo moderna (1642), anche nota come Pascalina. Si tratta di uno strumento di calcolo precursore della calcolatrice moderna: permette infatti di addizionare e sottrarre, tenendo conto del riporto. Era composta da una serie di ruote dentate indicanti unità, decine, centinaia e così via, ognuna delle quali era divisa in dieci settori (da 0 a 9).
Ai limiti della Pascalina, risponderà nel 1671 Gottfried Wilhelm von Leibniz costruendo una macchina in grado di fare anche moltiplicazioni e divisioni. La sua più grande scoperta tuttavia è la rappresentazione binaria dei numeri (0 e 1), che sarà ripresa dal matematico inglese George Boole.

Risale al 1726 la pubblicazione de “I viaggi di Gulliver” di Jonathan Swift. All’interno del romanzo, viene citata l’immaginaria isola di Laputa, una roccia volante con base di adamante che può essere manovrata dagli abitanti attraverso un gigantesco magnete. La popolazione dell’isola, con intento satirico, è descritta come estremamente colta, interessata all’astronomia, alla matematica, alla musica e alla tecnologia, ma sprovvista di senso pratico. Si deve aspettare il 1818 per la pubblicazione di Frankenstein, romanzo di Mary Shelley incentrato sulla creazione di un essere senziente.

È il 1847 quando gli studi di George Boole spianano la strada alla nascita del calcolatore elettronico nel ‘900. Presso l’University College Cork, egli sviluppa in forma algebrica la logica proposizionale e da essa sviluppa l’algebra di Boole. Indispensabili nel campo dell’elettronica digitale, l’algebra di Boole e i suoi assiomi consentono di dedurre i teoremi necessari per la progettazione dei circuiti elettronici.
Nel 1863, Samuel Butler suggerisce come l’evoluzione darwiniana possa essere applicata anche alle macchine, ipotizzando che queste un giorno diventeranno coscienti e alla fine soppianteranno l’umanità.

Da questo momento in poi, il cammino verso l’Intelligenza Artificiale sarà ancora lungo. Tutto ciò che conosciamo oggi è frutto di un sistematico e rivoluzionario lavoro collettivo e globale portato avanti per tutto il XX secolo ed oltre. Ma questo è il tema di un altro articolo. 

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