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La nascita dei droni

20 Mar 2017 | Industria 4.0

Perché si chiamano droni

La parola drone in inglese significa “fuco”, ovvero il maschio dell’ape. Il motivo per cui venga utilizzato come sinonimo di “veicolo aereo senza pilota”, ovvero UAV (Unmanned aerial vehicle), o in italiano APR (Aeromobile a Pilotaggio Remoto), è ancora oggi oggetto di dibattito tra gli studiosi. La spiegazione più ovvia, ma anche la più accettata, è che il drone volando emette un tipico ronzio che ricorda quello di un grosso insetto. Secondo Federico Petroni di Limes, autore dell’e-book la Guerra dei Droni, esiste anche un’altra ragione che spiega il motivo che ha portato all’utilizzo di questo nomignolo: durante le prime fasi di sperimentazione, i droni erano utilizzati come bersaglio volante per le esercitazioni militari e quindi, come il maschio dell’ape, aveva un ruolo essenzialmente passivo.

Le origini militari

Come per tutte le grandi invenzioni umane, anche l’esatta nascita dei droni è avvolta da un alone epico di mistero. Secondo la tradizione il primo uso documentato di un veicolo aereo da guerra senza equipaggio a bordo risale addirittura al 1849, quando gli austriaci utilizzarono dei palloni senza pilota imbottiti di esplosivo per bombardare Venezia. Escludendo questa prima leggendaria apparizione, il primo ad aver intuito le potenzialità della ricognizione fotografica aerea fu il giornalista e fotografo statunitense William Abner Eddy. Durante la guerra ispano-americana, Eddy, che prestava servizio come caporale maggiore dell’esercito, ebbe l’idea di montare delle macchine fotografiche, comandate tramite una lunga corda, a degli aquiloni per scattare foto dei depositi d’armi e degli schieramenti spagnoli. Anche se molto rudimentale e artigianale, questo strano aquilone-fotografo riuscì nel suo scopo facendo meritare al suo inventore anche la prima pagina sul New York Times.

Un altro pionieristico esperimento fu compiuto in Inghilterra dal professor Archibald Low, un ingegnere che lavorava al sistema radar dell’esercito britannico nei primi anni del ‘900. Sebbene non avesse conoscenze di aeronautica ed aerodinamica, Low ebbe un’idea destinata a gettare le basi dello sviluppo della tecnologia dei droni: sviluppare un piccolo aereo dotato di esplosivi da teleguidare a distanza su un bersaglio mobile. I primi prototipi di questi veicoli montavano due sistemi di radiocontrollo, uno per l’altitudine ed uno per dare una direzionalità all’oggetto volante collegato al timore di coda. Purtroppo però la mancanza di uno stabilizzatore di volo faceva perdere subito il controllo dell’oggetto e i primi esperimenti si rivelarono un vero fiasco totale. Il primo modello, denominato AT, sfuggì al controllo subito dopo il decollo e per poco non sterminò l’intero Stato Maggiore britannico presente al lancio inaugurale.

Sperry Aerial TORPEDO

Tuttavia nonostante questo disastroso debutto, il lavoro di Low gettò le basi per i successivi studi. Nel 1916, in piena Grande Guerra, due ingegneri americani Peter Cooper e Elmer Sperry ebbero l’idea di aggiungere al prototipo di Low uno stabilizzatore giroscopico. Grazie ad un cospicuo finanziamento della US Navy, realizzarono lo Sperry Aerial TORPEDO, un vero e proprio antesignano di UAV, in grado di trasportare una bomba di 130 kg fino a 80 km distanza con una discreta precisione.

Quasi nello stesso periodo, un ingegnere della General Motors, Charles Ketterling, realizzò un biplano di cartone e legno equipaggiato con lo stesso sistema di controllo. A differenza dello Sperry però il Kettering bug (letteralmente la cimice di Kettering) aveva un rudimentale sistema di sgancio della bomba: in prossimità del bersaglio un dispositivo automatico faceva spegnere il motore e staccare le ali, trasformando il velivolo in una vera bomba volante. Visto i risultati positivi il governo americano commissionò a Ketterling la produzione dei dispositivi che però non furono mai utilizzati per l’avvenuta fine della guerra.

La svolta verso l’automatismo dei droni

Gli studi su questi primi prototipi di droni continuarono per tutto gli anni ‘20 e ’30 soprattutto in Inghilterra e negli Stati Uniti. Partendo dagli studi di Low e dagli stabilizzatori ideati da Sperry e Cooper, l’esercito britannico sviluppò nel 1935 il progetto Queen Bee (ape regina), il primo drone in grado di decollare, svolgere una missione programmata e tornare alla base. Questo UAV poteva volare a 160 km/h per oltre 500 km e poteva decollare e atterrare grazie ad un carrello a ruote e a dei galleggianti sia sul terreno che sull’acqua.

Un impulso decisivo allo sviluppo dei droni avvenne nel 1939 per opera di Reginald Denny, un attore inglese appassionato di aeronautica e modellismo. Denny, che aveva combattuto nella Grande Guerra come mitragliere di aerei, fondò una sua compagnia, la Radioplanes Company, e assunse un gruppo di ingegneri aeronautici e di progettisti radio della Lockheed per dar vita ad un progetto di produzione di droni su larga scala. I modelli realizzati, i OQ, erano dei piccoli aerei radioguidati dalle dimensioni molto ridotte (peso sotto i 50 kg, apertura alare di 3,7 m per 2,65 di lunghezza) capaci di volare per oltre un’ora. Dopo lo scetticismo iniziale, il governo americano ordinò la produzione di oltre 15.000 veivoli, pubblicizzati da un testimonial d’eccezione: la giovanissima Marylin Monroe.

Nel 1952 la Northrop acquisì per una cifra esorbitante per l’epoca la la società di Denny, siglando un blindatissimo accordo per sviluppare in esclusiva per l’esercito americano un programma di veicoli militari a pilotaggio remoto. Da questo momento in poi, complice anche il clima della guerra fredda, la sviluppo dei droni passò da una fase pionieristica e sperimentale ad una sviluppo top secret spesso vincolato al segreto militare. Per anni non si è sentito più parlare di droni, fino alle recenti guerre di “pacificazione”, in cui gli eserciti anglo-americani hanno iniziato a fare sempre un maggior uso della tecnologia UAV a sfavore dell’impiego dei cacciabombardieri pilotati da esseri umani. I droni militari, infatti, hanno il vantaggio di poter essere pilotati da remoto, hanno prestazioni superiori, non dovendo tenere in considerazione i limiti della fisiologia umana, e sono strutturalmente più semplici, economici e manutenibili. Oggi, infine, assistiamo ad una vera esplosione nel settore civile e ludico, con droni destinati agli utilizzi più svariati: riprese televisive, gare di velocità (Drone Racing League) e persino trasporto di merci (Amazon, Domino’s Pizza, UPS) e di persone (Airbus) in modalità a guida autonoma.

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