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Link, le implicazioni giuridiche

30 Dic 2019 | Informatica

La varietà di link genera altrettante problematiche giuridiche e in questa sede esamineremo le più diffuse: la proprietà intellettuale, il diritto d’autore e il diritto di personalità.

Diritti della personalità

Virtuale è reale e i link possono determinare lesioni dei diritti della personalità: dal diritto alla vita privata alla libertà di espressione e più in generale ai diritti fondamentali della persona umana. Per bilanciare il diritto al rispetto della vita privata con quello alla libertà di espressione, la Corte Europea ha previsto alcuni criteri di valutazione dei contenuti pubblicati. È necessario analizzare il contributo che il contenuto fornisce a un dibattito generale, alla notorietà della persona interessata, ma anche forma, contenuto, modalità, circostanze e conseguenze della pubblicazione. Si veda, su tutte, CEDU, 27 giugno 2017, ric. n. 17224/11.
Interessante è il caso di una pagina Facebook in cui venivano postate immagini e video volti a ridicolizzare e insultare una cantante. La cantante e la RTI richiesero il risarcimento di danni patrimoniali e non patrimoniali subiti per sfruttamento non autorizzato di diritti d’autore e lesione dell’immagine imprenditoriale. Nonostante ben cinque diffide, Facebook attese ben due anni prima di rimuovere la pagina, confermando così la dimensione patrimoniale e non patrimoniale del danno.
Un altro esempio lampante dell’uso scorretto dei link in materia di lesione dei diritti di personalità è la violazione dei requisiti di pertinenza, continenza, verità e diritto all’oblio che interessano la sfera giornalistica.  

Proprietà intellettuale

Le violazioni più frequenti avvengono attraverso l’uso dei meta tag, cioè i dati utilizzati per indicizzare i siti web nei motori di ricerca. Sebbene non rientrino nel genus dei link, l’utilizzo di parole identiche a marchi altrui come meta tag moltiplica il numero di ricerche in cui compare una pagina web. Il rischio è quello di generare confusione nell’utente tra la titolarità del segno e la riconducibilità a questo di prodotti e servizi.
In particolare, i motori di ricerca consentono agli inserzionisti appunto di inserire, a pagamento, parole chiave che rendono più facile e probabile, per l’utente finale, il reperimento della loro pagina, per ottenere maggiore visibilità. Tuttavia, suggerendo opportunamente come meta-tag parole identiche a marchi altrui – invisibili all’utente – si può moltiplicare il numero di ricerche in cui una pagina web appare: tramite il loro utilizzo è cioè possibile far comparire il collegamento a una data pagina in una ricerca relativa al marchio di un concorrente, con il rischio di ingenerare confusione nei consumatori circa la titolarità del segno e la riconducibilità ad esso di certi prodotti o servizi.
Emblematiche le sentenze della Corte di Giustizia inerenti AdWords di Google legata al caso Interflora (CGUE 22 settembre 2011, C-323/09) e alla contraffazione commessa consentendo a società diverse dai titolari dei marchi “Louis Vuitton” di utilizzarli come parole chiave per generare link che puntavano verso siti in cui erano offerte imitazioni dei prodotti originali o prodotti di marchi concorrenti (CGUE 23 marzo 2010, da C-236/08 a C-238/08).
Per la Corte di Giustizia, il titolare del marchio ha il diritto di vietarne l’utilizzo a terzi anche nel contesto dei meta tag che consentirebbero ai concorrenti di ottenere dei vantaggi oppure di danneggiare il marchio pregiudicandone la notorietà.
La tutela dei marchi d’impresa incontra numerosi limiti e ostacoli anche nelle fattispecie del framing e del deep linking: indirizzare verso la pagina web interna di un altro sito, evitando di passare dalla homepage del fornitore o produttore, induce gli utenti in confusione.

Diritto d’autore

In materia di violazione del diritto d’autore bisogna tener conto della giurisprudenza della Corte di Giustizia (CUGE 26 aprile 2017, C-527/15 e CUGE 7 agosto 2018, C- 161/17), dell’art. 16 della legge 633/1941 e dell’art. 17 della Direttiva 2019/790/UE sul diritto d’autore e sui diritti connessi nel mercato unico digitale, che ribadisce la necessità di una preventiva autorizzazione soggetta ad un articolato regime basato su diverse “ipotesi”.
Il collegamento ipertestuale che rende disponibile un’opera protetta su di un sito diverso da quello sul quale la pubblicazione era stata autorizzata costituisce una violazione, così come tutte le tipologie di comunicazione che comprendano “la messa a disposizione e la gestione di una piattaforma di condivisione che, mediante l’indicizzazione di metadati relativi ad opere protette e la fornitura di un motore di ricerca, consente agli utenti di tale piattaforma di localizzare tali opere e di condividerle nell’ambito di una rete tra utenti” (CGUE, 14 giugno 2017, C-610/2015).
È però necessario che ricorrano alcuni “indici” e, una volta riscontrata la violazione, l’ISP sarà responsabile solo ove non siano rispettate le regole del D.Lgs. 9 aprile 2003, n. 70.
I provider sono soggetti che forniscono accesso a internet, trasmissione dati e ospitalità sui propri server di dati e informazioni di terzi: access, network e hosting provider.
La normativa distingue:

  • i prestatori che forniscono accesso alla rete o trasmettono informazioni;
  • i prestatori di servizi di memorizzazione temporanea e automatica (caching);
  • i prestatori di servizi di memorizzazione permanente (hosting).

In linea di massima non grava sugli ISP né un obbligo generale di sorveglianza in merito alle informazioni che vengono trasmesse o che sono memorizzate, né un obbligo generale di ricerca di fatti o circostanze che indichino la presenza di attività illecite. È tuttavia prevista la loro responsabilità nel caso in cui venga inoltrata una diffida sull’illecito oppure venga emanato un ordine di rimozione da parte delle autorità: gli ISP insomma non sono tenuti a rispondere dell’operato degli utenti, a meno che non abbiano conoscenza delle violazioni. In questo caso specifico sorge l’obbligo per gli ISP di rimuoverle.

Tanto è ancora da fare in materia di tutela, soprattutto per evitare che la misura risarcitoria divenga l’unica soluzione proposta. Auspichiamo insomma, forse utopisticamente, che un giorno non molto lontano tecnologia e legislazione possano andare di pari passo, assicurando una corretta fruizione dei contenuti da parte degli utenti e il pieno rispetto di diritti e doveri delle parti.

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